
E’ partito qualche giorno fa l’iter parlamentare della proposta di legge n.2956 in materia di parità di accesso agli organi delle società quotate in mercati regolamentati, promosso dalla deputata Alessia Mosca. Se la norma passasse, le nomine in seno ai consigli di amministrazione delle società quotate in borsa dovranno essere effettuate in base a un criterio che assicuri l’equilibrio tra i generi. E siccome in Italia la percentuale di donne nella “stanza dei bottoni” è inferiore al 3%, si può a buon titolo definirlo “il genere meno rappresentato” un titolo non gratificante ma che consentirebbe – in base alle disposizioni della legge – di ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti.
La domanda è ancora una volta: giusto correttivo o discriminazione all’inverso? Stortura di mercato rispetto alla meritocrazia? Ma allora perché se lo donne sono più numerose, hanno titoli di studi più alti e si laureano più velocemente – anche in Italia – la meritocrazia non ingrana e le donne hanno una carriera a imbuto?
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…mi fa piacere notare che quantomeno si inizi a “supporre” che ci sia qualche stortura rispetto alla meritocrazia (non ne faccio un problema di “genere” meglio o peggio rappresentato: è un problema di merito e, in Italia, chi è davvero preparato e sa il fatto suo è considerato, molto spesso, un elemento “scomodo” in quanto essere pensante che si contrappone al sistema non merocratico).
sono convinta delle cose che dico, ma aperta al confronto: spero davvero che un giorno qualcuno possa convincermi del contrario… allo stato attuale questa ipotesi è a dir poco improponibile.
Bisogna prima partire alla pari e poi vedere se c’è qualche stortura rispetto alla meritocrazia…se non si comincia con le cosiddette quote rosa, come si fa a promuovere la partecipazione femminile nei consigli di amministrazione? C’è sempre un motivo valido per escludere una donna ed includere un uomo…rimane un problema di genere, per adesso….e di quote che non ci sono, purtroppo.