Durante una trasmissione di radio24 sull’occupazione femminile – alla quale partecipavo – ha chiamato una futura mamma che abita al confine tra Italia e Svizzera per sottolineare come in territorio elvetico, dove lei lavora, il periodo di congedo sia molto più corto rispetto all’Italia e come il nostro Paese dia più tutele. In effetti, il congedo lì è più corto – si limita a 14 settimane dopo il parto, contro i nostri 5 mesi obbligatori all’ 80% e gli altri sei facoltativi al 30% – ma siamo sicuri che sia davvero meglio avere una maternità così lunga? Non è forse un’arma a doppio taglio che se da un lato permette di stare a casa, dall’altro rischia di isolare la neo-mamma, perché per l’impossibilità di tornare a tempo parziale dopo i cinque mesi si utilizzano alla fine anche gli altri sei?
In Svizzera la maternità è più corta, ma il rientro è più semplice. Ci sono infatti molte meno neo-mamme che lasciano il lavoro a causa dei carichi famigliari: in Italia è quasi una su tre (il 27,8% la media), in Svizzera meno di una su cinque (18,7%). Forse perché é molto più facile trovare un lavoro, anche qualificato, part-time - nel 40% delle famiglie un genitore lavora part-time e l’altro full time, e non è detto peraltro che sia sempre la donna quella “a metà tempo” – e perché la conciliazione tra casa e ufficio in Svizzera ha mille declinazioni, compresa quella di lavorare full time e ricevere uno stipendio da “part time” per poi poter “comprare” delle ferie per i periodi in cui i bambini sono a casa.
Risultato? In Svizzera le donne, anche se mamme, continuano a lavorare – magari riducendo i ritmi – e quando il figlio entra alle elementari il tasso di occupazione ritorna quello fisoilogico (da loro!) all’80% mentre il nostro non solo cala drasticamente, ma non c’è “rientro” anche quando i figli crescono.
Cos’è meglio? Ho semplificato i termini della questione e vi lancio una provocazione: sareste favorevoli ad accorciare il periodo di maternità in cambio di un più facile accesso alle scuole dell’infanzia (nido e materna) e della possibilità di concordare un periodo di lavoro part-time (magari fino ai tre anni del bambino)? Perché non c’è una legge che vada – almeno per quanto riguarda un periodo di part-time obbligatorio dopo la maternità – verso una conciliazione possibile?
Che l’idea non sia solo una provocazione campata per aria lo dimostra la cronaca d’Oltralpe: il presidente Francese sostiene infatti un disegno di legge proprio di questo tipo – in un Paese in cui peraltro sia sul fronte della ricettività della scuola, grazie alle nuonuoes partagées (gli asili famiglia, in sostanza), sia sul fronte dell’occupazione materna, grazie al part-time – sottolineando che più la maternità é corta, più la carriera è lunga e che “buchi occupazionali” in realtà non favoriscono la madre, ma la “condannano” all’isolamento dal mercato del lavoro.


gentile dottoressa, da una ricerca di Federmanager di marzo è proprio emerso che le dirigenti stesse (oltre l’80%) vorrebbero potersi gestire più autonomamente il periodo della maternità obbligatoria (i 2 mesi + 3), magari lavorando fino all’ultimo. Secondo me potrebbe essere interessante come possibilità, ma non eliminando le tutele fin qui raggiunte (anche se maggiori che all’estero), perché può darsi una manager abbia più interesse e motivazione a lavorare fino all’ultimo, se sta bene, rispetto a chi ricopre ruoli di minore responsabilità. cosa ne pensa?
cari saluti
gaia
Cara Gaia, grazie per la segnalazione. Penso che non si debba intervenire “eliminando” ma offrendo nuove opportunità. Per esempio: lasciare la formula 5+6 ma
dando la possibilità a chi vuole di tornare anche prima dei cinque mesi obbligatori e “accumulando” i giorni non usufruiti per avviare un periodo di lavoro part-time. Io l’ho fatto con la facoltativa: pochi sanno che è frazionabile su base giornaliera, quindi in effetti facevo un part-time verticale di fatto lavorando solo tre giorni a settimana, gli altri due ero in maternità. Se poi questo congedo fosse frazionabile su base oraria – ci sono molte richieste in questo senso, anche da parte delle imprenditrici – beh sarebbe un gran passo avanti. Cambiare non significa per forza “meno” o “togliere” ma solo rimodellare, ridefinire in base a nuove esigenze. No?
Sono d’accordo con Gaia sul fatto che sarebbe forse utile per noi donne gestire in maniera autonoma la maternità, ci sono donne che stanno benissimo fino al giorno prima del parto, la gravidanza non è una malattia, certo dopo l’arrivo del bambino molte sentono il bisogno di stare con il nuovo arrivato. Io sono tornata al lavoro dopo 6 mesi dalla nascita di mia figlia, mi sono dovuta svenare per pagare una baby sitter e adesso ho dovuto ricorrere ad asilo privato perchè non sono nemmeno entrata in graduatoria per quelli pubblici. Bisognerebbe pero’ aprire un capitolo sui datori di lavoro che a volte non rendono il rientro della neo mamma cosi’ sereno, molti considerano una neo mamma poco produttiva!
Part time a parte… esiste il telelavoro poco utilizzato qui in Italia per esempio….! Grazie! Stella
Vorrei segnalarvi un esempio migliore da copiare,perchè credo sia meglio guardare solo agli aspetti positivi di chi fa meglio di noi! Ecco secondo me un paese da imitare:la Svezia. (vedi link http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2009/mam-2009/mamme-lavoro/svezia-mamme-lavoro.shtml?uuid=a70b2da4-46c8-11de-bf39-bf88fbec73a5&DocRulesView=Libero )
Secondo me si dovrebbe consentire e facilitare il part-time, non come obbligo, ma come possibilità per la madre, rendendolo più attrattivo per le aziende.
Vi propongo anche un’idea “trasgressiva”, perchè credo che valga la pena riflettere su punti di vista controcorrente:
i fondi per gli asili nido, potrebbero essere dati direttamente alle mamme che scelgano di accudire il proprio figlio per un periodo più lungo di quello obbligatorio. Considerando che tale scelta, influendo positivamente sulla formazione psico-affettiva del bambino piccolo, avrà una ricaduta positiva, come accertano recenti studi, sull’intera società.