Un’azienda, anche se rientra nel settore industriale, semplice nei numeri e nella gestione, costruita su rapporti diretti e informali, di responsabilizzazione individuale e di coordinamento all’interno del proprio team. Così Riccardo Romano, direttore risorse umane di Danone Italia ci racconta come l’azienda vive la flessibilità sul lavoro e spiega: “Penso che un bravo direttore risorse umane sia quello che coordina la squadra, non che la controlla”.
D: La sua società ha dei programmi per la conciliazione dei tempi casa/lavoro? Quante donne ci sono in azienda e quante di queste hanno contratti di lavoro flessibili (part-time, telelavoro, flessibilità oraria)?
R: In Italia, Danone può contare su circa 340 risorse, delle quali la metà sono donne con una presenza trasversale un po’ a tutti i livelli. La cultura aziendale del gruppo si combina da noi con un forte radicamento territoriale, già a partire dalle singole esigenze delle persone. E’ un’azienda, anche se rientra nel settore industriale, semplice nei numeri e nella gestione, costruita su rapporti diretti e informali, di responsabilizzazione individuale e di coordinamento all’interno del proprio team. A beneficio di tutti i dipendenti realizziamo ogni due anni un’indagine di clima – ogni anno c’è invece una survey più snella – mentre da quest’anno abbiamo lanciato una nuova iniziativa molto interattiva che si chiama “Casa Danone”: ogni persona ha la possibilità, in maniera del tutto anonima, di segnalare con un messaggio scritto su un mattoncino, quello che vorrebbe l’azienda avesse come priorità, I desiderata andranno a costituire pian piano una casa che avrà solide fondamenta perché saranno condivise da tutti, e laddove possibile daremo corso a suggerimenti e nuove idee. Per entrare nello specifico delle donne, e delle mamme in particolare, abbiamo il part-time a 6 ore, per il quale non abbiamo posto limiti e non ci siamo preoccupati di dover necessariamente creare “un precedente”. Oggi, circa il 7-8% delle risorse è a part-time. La concessione di un tempo ridotto è stata fatta anche in produzione, superando le barriere prettamente culturali, che pensano al lavoro in ottica di presidio fisico: organizzando dei turni con dei binomi fissi anche in produzione si può introdurre flessibilità di orari. Infine, per tutte le risorse c’è la “banca delle ore” e un’amplia flessibilità di orario in ingresso e uscita.
D: Il fatto di essere parte di un grande gruppo francese, la cui madrepatria è all’avanguardia nelle politiche famigliari di work/life balance vi aiuta?
R: Si tratta di una cultura e di un modo di concepire il lavoro che anche in Italia sappiamo fare nostro con piccoli, significativi accorgimenti. Come per esempio il parcheggio riservato alle neo-mamme fino all’anno di vita del bambino. Un’accortezza nata dall’esperienza che permette di salvare minuti preziosi al rientro al lavoro, che è già di per sé abbastanza complicato. Alla base di tutto c’è comunque una grande responsabilizzazione della singola persona: la rilevazione presenze per esempio è lasciata alla singola persona, che riporta direttamente al suo team leader, e anche l’organizzazione giornaliera del lavoro è delegata alla “squadra” di lavoro: le 40 ore settimanali possono essere gestite con una discreta autonomia, in accordo con il proprio responsabile. Penso che un bravo direttore risorse umane sia quello che coordina la squadra, non che la controlla.
D: Se le istituzioni intervenissero per finanziare la flessibilità in azienda ci può indicare una o due misure che secondo Lei sarebbero prioritarie e determinanti in questo senso?
R: Una maggior flessibilità per venire incontro alle esigenze del singolo dipendente sarebbe certamente auspicabile. La definizione di rigidi orari per il part-time per esempio o il vuoto giuridico del lavoro a tempo ridotto per i manager sono questioni che penalizzano prima di tutto i diretti interessati e spesso le donne che ne fanno richiesta. Se ci fosse maggior semplicità e chiarezza nelle misure che le aziende possono adottare per essere “family friendly” , forse ce ne sarebbero anche di più.

Molto incentivante.. E spero sia così dato che mia moglie lavora in una società del gruppo ed e’ in attesa di avere risposta sulla sua richiesta di part time oltre i 3 anni di vita della mia piccola, quando ci saranno ancora più problemi nella gestione quotidiana degli orari sempre più ridotti della scuola. Ne va del bene della nostra famiglia ma soprattutto dei nostri figli.