Il “problema” di essere mamma e cercare lavoro

Torno sull’argomento “quando al colloquio potremmo dire fiere: sì sono mamma” perché, vi ringrazio per questo, avete lasciato tanti commenti interessanti. Uno sembra essere lo snodo principale: dire o non dire in fase di colloquio che si è spostati e che si è mamme? Innanzitutto per legge sarebbe vietato chiederlo ma in Italia purtroppo l’applicazione non è rigorosa (né le sanzioni ben definite) e quindi alla candidata che se lo vede chiedere – in assenza di tutele per controbattere – non resta che …un grande dilemma. Siamo lontani dall’esempio olandese che vi citavo dove invece dire “sì sono mamma” da un punteggio aggiuntivo in fase di selezione e dove il processo stesso di selezione è molto più rigoroso e trasparente.

Molte di voi mi hanno raccontato di una rigorosa selezione degli annunci, di un interesse per il vostro profilo, di un primo incontro di selezione ma  quando – per onestà e correttezza- dite di essere mamme la persona che vi sta valutando “comincia a tentennare”,  oppure “taglia corto con il classico: le farò sapere”. Inutile prodigarsi in spiegazioni -  quasi scuse per il fatto di essere mamme, di avere questo “fardello” – e precisare che si è organizzate, che si ha una rete di copertura tra scuola, baby sitter e suocera. “Non basta”, “non interessa”, “ormai mi sono tagliata le gambe” questi i vostri racconti. Interessanti, e amari. Perché se una donna viene valutata in quando mamma – e quindi problema – e non in quanto professionista – e quindi risorsa -non dipende solo da quella singola, miope impresa. Ma da un sistema sociale e di welfare che non sostiene e incentiva le mamme che lavorano. Insomma, dietro una mancata assunzione c’è una mancata opportunità, non solo per voi ma per il Paese.

  1. Da quando sono mamma non ho più un lavoro e non è stata una scelta. Prima lasciata a casa, complice la scadenza del contratto, poi l’interminabile trafila dei colloqui tutti conclusi con un “le faremo sapere non appena si libererà un profilo adatto a lei”, ovviamente solo dopo aver comunicato con onestà che sono una mamma felice. Mi hanno talmente demotivato che ormai non cerco più!.

  2. Anna Zavaritt

    Purtroppo gli “inattivi” – in termini statistici la categoria della quale fai parte, cioé le persone che non lavorano e sono demotivate quidi non cercano neanche più attivamente un lavoro – sono sempre di più in Italia. Il dato è allarmante. Ma per fortuna i gradi gruppi, ispirandosi ancora una volta a quello che accade negli Stati Uniti, parlano di “spreco di risorse” e di “allocazione non ottimale del capitale umano” riferendosi al basso tasso di occupazione femminile, che in parte dovuto alla maternità. In parole semplici, si incomincia a capire che lasciare a casa donne, spesso mamme, qualificate e motivate non è una strategia vincente, anche da un punto di vista strettamente economico. Speriamo! Noi ne siamo convinte e il progetto mira proprio a questo.

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