La donna chiede, l’uomo prende

Interessante osservazione sul campo – in sala d’attesa, mentre aspettavo di incontrare un cliente – delle differenze di genere nel comportamento di tutti i giorni.  Banco reception dopo essersi annunciata, la donna nota la pila di giornali e chieder gentilmente “Mi scusi, posso dare un’occhiata”? La signorina si scusa e dice che sono per uso interno dei dipendenti, li stanno giusto per smistare. Stessa ambientazione, banco reception, dopo essersi annunciato l’uomo adocchia il giornale e lo prende, senza chiedere nulla e va a sedersi comodo sulla poltrona. Una casualità? Un esempio stupido? Forse, certo ogni generalizzazione è riduttiva. Però è vero che noi donne tendiamo sempre ad avere un atteggiamento remissivo, a chiedere, a rimanere in disparte. Negli Stati Uniti questo atteggiamento è sintetizzato da molto esperti con la frase “women stay on the corner and do not sit on the table” . Si potrebbe anche desumere che la donna, ne caso specifico, è semplicemente più educata e che non è certo insegnandole ad essere  una “uoma” più aggressiva che si migliorerà la leadership al femminile o si aiuteranno le donne a trovare soddisfazione nel mondo del lavoro. Insomma serve una terza via? Nel caso specifico una frase del tipo “lo prendo un attimo e lo restituisco subito”? Cosa ne pensate?

Talenti al femminile e flessibilità in azienda: da tabù ad opportunità!

C’è stato molto interesse per il workshop organizzato da Moms@Work lo scorso 3 maggio a Milano: tante le aziende presenti e – fatto non scontato in questi casi – tanti anche gli uomini presenti. Il titolo, volutamente provocatorio ” Talenti al femminile e flessibilità in azienda: tabù o opportunità” ha fornito lo spunto per un dialogo sulla presenza delle donne nel mondo del lavoro, sullo snodo critico che rappresenta la maternità nel mondo del lavoro – con il contributo della Professoressa Daniela del Boca – e sui modi con i quali le donne possono continuare ad essere professioniste anche quando diventano mamme – grazie alla ricerca presentata  da Sara Mazzucchelli dell’Università Cattolica. Ma come è possibile trasformare un tabù – o un problema – in un’opportunità A presentare buone prassi in termini di politiche family- friendly e di contrattazione di secondo livello è stato Andrea Piscitelli di Federchimica, che sul tema è senz’altro all’avanguardia. Buone prassi aziendali, descritte nei dettagli, sono state poi illustrate sia da grandi gruppi come Unicredit e Kfrat Food sia da una piccola impresa come Lamiflex. Un confronto costruttivo che non vuole esaurirsi in una giornata ma essere solo il punto di partenza!
Se siete interessati potete trovare tutti gli atti del convegno a questo indirizzo: www.momsatwork.it/talenti

“Mi dispiace, lei è troppo qualificata”

E’ successo a tante di noi. Un’ottima laurea, un percorso professionale soddisfacente. Poi un figlio, una gioia immensa ma anche un evento “sconvolgente”. C’è un prima e un dopo, mi diceva una simpatica mamma ieri. E il dopo è molto più ricco e complesso. Perché abbiamo anche – non solo (!) – un’altra priorità oltre a quella professionale e se i conti non tornano, scegliamo. Molte di noi, di quelle che ci hanno inviato il cv e ci seguono, hanno avuto il coraggio di scegliere e quindi di fare rinunce, anche non semplici come un posto di lavoro fisso, tranquillo ma noioso o incompatibile perché erano “blindate” in ufficio. E il dopo è molto complesso. Quando il figlio comincia a crescere e ci viene voglia di “fare qualcosa”, di riaffacciarci al mercato del lavoro, con altri ritmi e altre ambizioni. Ma siamo spesso “overqualified”, ovvero troppo qualificate per i ruoli e le funzioni nei quali c’è lo spiraglio di un lavoro flessibile. E spesso è frustrante essere disposte a rimettersi in gioco, a ricominciare anche “dal basso” ma non  essere apprezzate per questo, anzi non essere neanche ricevute ad un colloquio,  non ricevere neanche una risposta alla candidatura. E’ una situazione paradossale, è come sentirsi dire “era meglio se facevi un istituto tecnico o una scuola di cucito”. Di sicuro così sarebbe più facile ritrovare lavoro. Ho due amiche – a parte gli scherzi – che ora fanno vestiti per bambini con il punto croce, e hanno fatto una vera fortuna. Ma è davvero questo il mondo del lavoro per le mamme? Io nel mio piccolo con Moms@Work spero di no, di poter contribuire anche solo in parte a cambiarlo, rendendo un problema (la maternità) un’opportunità, una “non adatta” o “troppo qualificata” una risorsa da prendere al volo! (foto da: Spazio mamma)

“Il 52% delle persone che conosci ha cambiato lavoro nel 2010″

L’avviso mi è arrivato da Linkedin, e mi ha molto colpito. Prima reazione a caldo, del marito che passa di fianco al computer:  “certo, la crisi”. Seconda reazione, la mia: evviva, il mercato del lavoro si muove, nonostante tutto! Il fatto che molte persone del mio “network” si siano rimesse in gioco – alcune per scelta, altre per necessità – io lo considero un ottimo segnale per diverse ragioni. Prima di tutto perché vuol dire che cambiare si può, che se le esigenze aziendali o personali cambiano questo cambiamento è fisiologico e si può gestire. Poi perché  vuol dire che se una persona è in gamba e ha voglia di lavorare ci sono, nonostante tutto, occasioni per lei. Infine perché questo significa che -  con il debito ritardo che ci contraddistingue – anche  l’Italia si sta pian piano avvicinando ad un modello del mercato del lavoro più anglosassone. Dove restare nello stesso posto 20 anni non solo non è un merito ma è un’aberrazione. E dove la flessibilità non è precarietà ma è solo opportunità.

“..costituirà titolo preferenziale essere mamma”.

Ha “fatto sognare” molte mamme questo annuncio di lavoro di Maxi Brums che ha utilizzato moms@work per la ricerca di addette vendita. E ringrazio tutte quelle che ci hanno scritto, raccontando di essere mamme felici ma anche persone pronte a rimettersi in gioco professionalmente e sottolineando come la maternità non solo non ha tolto nulla alle loro capacità  ma anzi le ha rese più efficaci determinate e complete.

La ricerca Maxi Brums al momento è chiusa ma stiamo lavorando per averne molte, sia nel settore della puericultura – dove il valore aggiunto di una mamma, che sa di cosa sta parlando perché conosce i prodotti è più ovvio – sia in altri settori. Perché ormai le donne hanno a tutti gli effetti un “potere” economico: gestiscono infatti le spese del nucleo famigliare, hanno un ruolo determinante negli acquisti, anche quelli più rilevanti come casa ed auto ma anche videogiochi e dotazioni high tech della famiglia. Quindi  per attirarle in quanto consumatrici, le aziende produttrici devono conoscerle e saperlo fare al meglio devono avere nel proprio team un punto di vista femminile. Tanto più che ormai le donne sono la maggioranza dei laureati, si laureano meglio e prima. Questo è in estrema sintesi l’argomento più forte che arriva dagli States – illustrato in maniera molto chiara dal libro “Why women mean business” di Avivah Wittebnerg e Alison Maitland” – che le multinazionali stanno adottando anche nel nostro Paese. Ma c’è un’ulteriore argomento, più sottile e ancora poco esplorato: cosa succede quando queste donne diventano mamme? Restano delle risorse? Non esistono, che io sappia, ricerche sull’amento di determinazione, di efficacia e produttività delle mamme che ritornano dopo una maternità o che incominciano un nuovo lavoro. Solo casi pratici, testimonianze dal vivo. Comunque un primo passo avanti per arrivare un giorno a leggere “costituisce titolo preferenziale essere mamma” e il giorno dopo – ancora meglio – non leggerlo più e sapere che non si è discriminate per il fatto di esserlo ma che si sarà valutata come persona a tutto tondo. Un “correttivo” quindi quel titolo preferenziale, nella migliore delle ipotesi temporaneo perché poi il mercato sceglierà davvero in base al merito. Ma necessario, per arignare quell’emoraggia espressa  nella cifra 27,8%, la percentuale di donne che lascia dopo la nascita del primo figlio. E per ridurre quel numero impressionante di donne  che non ricercano più un lavoro pur avendo tutti i requisiti per farlo, cioè le inattive: sono 9,7 milioni, più delle occupate (9,2) mentre tra gli uomini i “rassegnati” sono circa un terzo (5,2 milioni) rispetto agli occupati (13,6 milioni).

Ci tiriamo indietro? O invece ci stiamo facendo avanti?

Oggi parto dallo spunto di una lettrice del blog, la chiamerò P. per semplicità. Ci ha scritto del suo rientro al lavoro dopo la maternità, di come ha ritrovato la stessa posizioni di prima. E ci ha stuzzicato con questa frase:”Ho l’impressione che molte mamme quando tornano dalla maternità non vogliono più farlo, il loro lavoro. Sarà per il senso di colpa, sarà perchè l’assistenza ai bimbi costa molto, ma vi assicuro che si può fare. 
Comportandovi così date man forte agli uomini che sostengono che noi donne abbiamo poca sicurezza personale, poca capacità a gestirci, a fissare e mantenere gli obiettivi. E poi ho letto l’intervento di Veronesi indicato da Margherita. Dice che l’organizzazione sociale dovrebbe ruotare intorno alla donna: una rotazione part-time?!?!”.

Io credo che l’equilibrio tra vita privata, famigliare e professionale è un cocktail dove ognuino di noi decide ingradienti e dosi. Ma l’importante è poter scegliere, liberamente. E cioè non essere obbligate, per mantenere il posto di lavoro di “prima” a rinnegare che ci sia un “dopo”. Perché l’arrivo di un figlio è qualcosa di grande, di bello di cui non bisogna vergognarsi. Se poi una mamma decide – liberamente – che questo non deve avere alcun impatto sulla sua vita professionale, che non vede motivo perché questa debba cambiare è una sua scelta da capire e rispettare. Ma se un’altra invece dedice che può fare lo stesso lavoro di prima, ma in un modo diverso, che forse non è il tempo in ufficio ma l’obiettivo raggiunto a fare la differenza, ad essere il parametro di misura questo è tirarsi indietro?

Questo secondo me – ma è il mio punto di vista personale – non è tirarsi indietro, è solo capacità di rimettere in discussione le regole del gioco. Delle regole con le quali noi saremo sempre perdenti: perché sono delle regole dettate da uomini, per lo più vecchio stampo per fortuna (i nuovi padri sono i primi a conoscere il valore del tempo privato) che misurano il lavoro in base al tempo passato in ufficio, che misurano la propia capacità manageriale in base al numero di persone che può avere sotto mano durante la giornata. Io non ci sto, e non per questo credo di non avere qualcosa da dire, un ruolo da giocare in questo cambiamento dell’organizzazione sociale. Perché io sono full time donna, professionista la mattina mamma il pomeriggio – quando i miei due figli tornano da scuola e hanno bisogno di me – moglie la sera. E “sempre sul pezzo”, credo anche grazie alle nuove tecnologie.

(S)piacevole equivoco: la settimana della conciliazione?!

“Una settimana dedicata al rapporto costruttivo dalle parti, per trovare  in breve tempo una soluzione amichevole, soddisfacente e condivisa; una proceduta snella ed economica che sarà presto obbligatoria in molti settori”. Ero in macchina, ascoltavo semi-distratta la radio quando ho sentito l’annuncio della settimana della conciliazione. Per me, che ormai ho una vera e propria passione (ossessione?) per il tema dell’occupazione femminile e materna è sembrata un’interferenza aliena: una settimana sulla conciliazione?! La “mia” conciliazione, quella di work/life balance? L’annuncio è rimasto ambiguo per un altro paio di frasi – o forse ero io ad aggrapparmi ad una vana speranza – prima che arrivasse il chiarimento: “e’ promossa dalle camere di commercio e riguarda le controversie civili e commerciali”. Ah, ecco. A quando una settimana altrettanto seria, capillare, concreta e strutturata sulla conciliazione vita professionale privata, a livello aziendale e commerciale?

Il gioco dei ruoli

Chi di voi ha visto ieri sera la commedia sentimentale “Sarà perché ti amo”, con Sophie Marceau?

Dopo dieci anni di matrimonio, Ariane (Sophie Marceau) e Hugo (Dany Boon) sono nel pieno di una crisi di identità di coppia e decidono – per scongiurare l’incomprensione e il divorzio – di scambiarsi i ruoli per un anno. Così Ariane si ritrova da un giorno all’altro a dirigere l’impresa edile del marito; quest’ultimo invece si improvvisa venditore porta a porta di bigiotteria ma sopratutto padre a tempo pieno, lui che non ha mai partecipato ad una recita del figlio e che in casa non ha mai alzato un dito.

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La stagione delle cattive madri

Sotto l’ombrellone – quando non devo improvvisarmi bagnina, perché un figlio ha deciso che sa nuotare sott’acqua, o impresaria edile perché l’altro vuole ricostruire i canali di Venezia sulla sabbia- sto leggendo il libro “La stagione delle cattive madri” di Meg Wolitzer. Il titolo trae in inganno, o forse lascia aperta alla libera interpretazione: cattive madri perché le quattro protagoniste hanno rinunciato alla carriera per essere mamme a tempo pieno, una scelta sbagliata e anacronistica? O cattive madri perché ad un certo punto rivendicano una loro identità di donna, oltre che di moglie e madre, e analizzano con realismo – scomodo, ma stimolante – gioie e dolori della maternità? C’è un po’ di tutto in questo libro, che stuzzica il lettore offrendogli quell’atmosfera rilassata da chiacchiera al bar – qui il Golden Horn – dove la mattina dopo aver accompagnato i figli a scuola ci si confronta sui problemi quotidiani dei genitori. E non si può non provare solidarietà per le protagoniste che, in maniera diversa, provano a rimettersi in gioco quando i figli crescono, riflettono sulla loro scelta di essersi “isolate” dal mondo produttivo per dedicarsi ai pargoli e cercano di ricordarsi come erano brave in un passato molto remoto. Perché, come rivela Amy – una delle quattro – “se avevi un lavoro avevi la possibilità di affermarti in qualche modo. La gente si sentiva sollevata quando potevi dirle che facevi qualcosa. Senza il travestimento di una professione, non c’era modo di giudicarti. (…) Se dicevi che non lavoravi, l’altra persona distoglieva lo sguardo e cercava qualcuno che facesse qualcosa, o che potesse essere valutato, e con il quale si potesse parlare tranquillamente”. Come se fare la mamma non fosse un vero lavoro….

Moms at work, ma non solo

Lasciatemi raccontare brevemente cos’è successo ieri. Gli atti del convegno e le informazioni formali le troverete presto nella home page, qui voglio invece trasmettervi le impressioni. Il nostro progetto è partito a cavallo dell’anno 2010, siamo “usciti allo scoperto” a marzo con un ambizioso progetto: ristabilire da un lato un confronto positivo tra donne qualificate motivate che hanno avuto gap occupazionali legati alla maternità- o che “tengono duro” ma vorrebbero rimodellare i  propri tempi di vita professionale-   e le aziende, per reinserirle nel mercato del lavoro; e offrire dall’altro consulenza alle aziende sulla flessibilità a 360°, aggiornandole quindi anche sui disegni di legge e le scelte politiche sul tema. E ieri in effetti siamo riusciti a mettere tutti intorno ad un tavolo. Non è stato facile, fino all’ultimo eravamo in suspance: i capi del personale come reagiranno ad un invito su questo tema? Verranno? Le dirette interessate accorreranno sul piede di guerra? E le istituzioni si trincereranno dietro un testo scritto ad hoc dal portavoce senza aggiungere una parola di più o si potrà avere un reale confronto sul tema? Beh, devo dire che ha funzionato! C’erano molti responsabili delle risorse umane, anche delle aziende che ancora non si sono mosse – o sono alle prime armi – in questo campo, oltre ai “virtuosi”. Che peraltro non hanno usato questo spazio per farsi belli ma per ragionare seriamente su costi e benefici nella gestione flessibile delle risorse. Anche gli interventi delle mamme in sala sono stati molto seri, e provocanti ma ho apprezzato molto che erano tesi a trovare una soluzione, ad un dibattito e non ad una recriminazione o una lamentela. Come Silvia Alessi di Avanade che ci ha portato la sua testimonianza di confronto costruttivo con il proprio capo del personale. E le istituzioni – l’Assessore Boscagli e il rappresentante Cisl Gigi Petteni – al posto che una presenza “mordi e fuggi” si sono prestati fino alla fine dell’incontro al dialogo; così come Francesca Pelaia del dipartimento della Famiglia ha affrontato il tema con semplicità, senza nascondere snodi e criticità del finanziamento dell’art. 9. Si dice “chi si loda s’imbroda” quindi ora basta, volevo solo raccontarvi un piccolo successo, un primo piccolo passo avanti. Sappiamo che la strada è lunga, ma anche che con determinazione ed entusiasmo si può arrivare lontano.