Devo ringraziare Maria Grazia Seminario, imprenditrice bresciana della Las (Lombarda Accessori Serramenti) che si è prestata al confronto sul tema della flessibilità. E che ha scoperto – dopo un’attenta analisi delle buste paga con il suo consulente – che il part-time non costa di più del tempo pieno, né in termini retributivi né in termini contributivi. Devo ringraziarla anche per la sua schietta reazione: “è stata una sorpresa anche per me!” Ho voluto raccontarvelo in un post perché questo per me è un piccolo successo e un ottimo esempio. Un piccolo successo perché dimostra che è possibile sfatare alcuni falsi miti sui costi della flessibilità. Ed un ottimo esempio di come lo scambio di informazioni ed il confronto tra le pratiche aziendali può servire in maniera concreta ad affrontare il tema della conciliazione. Che è poi il primo passo per trovare delle soluzioni utili e condivise. Infatti questa imprenditrice mi ha spiegato: gli oneri percepiti sono probabilmente legati ai costi organizzativi. Questa è un’indicazione chiara, precisa sulla quale ragionare. L’altra, molto interessante, è questa: “Forse si chiede a gran voce la defiscalizzazione per incentivare le assunzioni, visto che nella mentalità imprenditoriale il part-time è sinonimo di poca disponibilità. Ma – aggiunge – per quanto mi riguarda ti posso assicurare il contrario: infatti le lavoratrici a part-time hanno sempre dimostrato la loro gratitudine rendendosi più flessibili e professionali dei colleghi a full-time”. Ecco una testimonianza che vale più di mille studi. E poi dicono che nelle piccole imprese non c’è attenzione per le risorse.
Foto: Pane, amore e creatività
